[...] Possono fare la rivoluzione, appunto, e in fin dei conti il loro attuale gruppo dirigente se la meriterebbe. Lasciamo perdere Veltroni, di cui si è detto già tutto; ma quando sulla Repubblica di ieri leggiamo Massimo D’Alema affermare con la più sfacciata disinvoltura che nel Pd «nessuno ha complottato» e che lui comunque di quel gruppo dirigente non fa parte «da un pezzo», allora viene davvero da pensare che i capi «democratici» si meritino dalla loro base il trattamento più duro. [...]
Alla democrazia italiana non serve un Pd sull’orlo dell’abisso e a rischio catastrofe. Serve un Pd vivo. Ma proprio per questo serve un Partito democratico diverso, assai diverso, da quello che è stato fino a ora. Serve un partito nel quale i vecchi oligarchi iscrittisi alla Dc e al Pci a diciotto anni si mettano finalmente da parte, in cui si liquidino una buona volta i vari passati che opprimono il presente, un partito in cui la base abbia davvero voce in capitolo e i dirigenti del quale, quando compaiono ogni sera alla televisione, non ricordino immediatamente, e simultaneamente, il secolo scorso, il salotto Angiolillo e «Fortunato al Pantheon».[...]
