Nei giorni scorsi ha tenuto banco l’ennesima gaffe del nostro Silvio nazionale. Durante un discorso, il nostro ha pensato bene di dare dell’abbronzato a Barack Obama, primo presidente afroamericano del paese più razzista del mondo. Per inciso, questa avrebbe dovuto essere la notizia da commentare, ma quel mattatore del Silvio sa sempre come rubare la scena. Chiuso l’inciso.
Le critiche ci sono state e sono state anche veementi, anche se la stampa autorizzata ha cercato di sminuire, di rintuzzare, di ridimensionare, rendere carino, dando anche questa volta una mano a Silvio. Del resto è pur sempre il presidente del Milan!!!
In questo frangente le accuse sono state nell’ordine:
razzismo: 10% ;
ignoranza delle diplomazia minima: 5%;
ironia di dubbio gusto: 8%;
becero guittismo: 75%;
altro: 2%.
Nonostante la scientificità dei sondaggi condotti, io non credo che si sia trattato di niente di tutto ciò. Purtroppo.
Dobbiamo, infatti, a mio avviso, prendere coscienza del fatto che davvero il nostro presidente del consiglio non si é accorto che nelle vene di Barack scorre del sangue nero. Davvero il nostro tristemente primo ministro credeva, prima che il paziente Letta gli spiegasse come stanno le cose, che Obama fosse abbronzato.
Prima di tutto perché Silvio non sa cosa sia l’Africa. Per lui il colore delle pelle lo determinano le lampade dei centri estetici. Che altro sennò?
In secondo luogo Lui non vive su questa terra e quindi non è al corrente delle cose che capitano qui da noi. E’ un po’, mutatis mutandis (fatte, cioè, le debite proporzioni), come la nostra Junta di Taggia.
Il comune è in cerca di risposte, alla dicitura “città turistica” sono stati aggiunti almeno tre eloquenti punti interrogativi, un asettico burocratismo regge i rapporti fra gli attori politici, i cittadini si sentono non solo messi da parte, ma anche presi in giro. In campagna elettorale erano state promesse loro “Partecipazione” e “Comunicazione”. Oggi scoprono che si tratta di due amici del sindaco e che costano alla collettività 12000 euro all’anno. Un ticket da pagare per vincere un incontro a tu per tu con il primo cittadino: quasi come fare sei al superenalotto.
Non ci sono programmi, né idee per il futuro. Né buone, né cattive. Tutto questo, però, non sembra riguardare il sindaco ed i suoi Giunteros, che vivono, evidentemente, altrove. Come Berlusconi, appunto.
Il sole splende alto, petto in fuori e denti schierati, si può andare a fare un bel giro in bicicletta. Se é un giorno pari. Perché in quelli dispari il sindaco e l’assessore bloccano i lavori perché hanno deciso che sul tracciato delle ex ferrovie c’é forse l’amianto, oppure l’olio di creosoto, o forse il napalm e, perché no, il botulino, o addirittura l’ebola o il colera. Siamo diventati una città a contaminazioni alterne. A seconda della convenienza politica del momento.
Fortunatamente il centrosinistra locale può guardare fiducioso al futuro: Barack ha vinto negli Stati Uniti. E lo ha fatto mostrando il volto giovane, sorridente, deciso ed “abbronzato” del partito democratico. Un po’ come aveva fatto Bolla nella campagna del 2007 per la poltrona di sindaco di Taggia. Il risultato era stato un fragoroso vaccagare elettorale, ma quanta simpatia, quanta stima, quanto affetto. Ci aveva provato, poi, Veltroni, ad un anno circa di distanza, candidandosi a Palazzo Chigi. Energia, movimento ed ottimismo americano, ma niente: ancora un buco nell’acqua. Poi, buon ultimo, Barack. Che ha lavorato di fino sull’immagine, capitalizzando gli errori degli altri, ed affermandosi, infine, come presidente degli Stati Uniti. Sintetizzando: il motivo del successo di Barack? E’ stata l’onda lunga di Bolla da Taggia. Mutatis mutandis, ovviamente.
Mosquito.
