Il 23 febbraio a Napoli si è consumato l’ennesimo episodio di demolizione delle strutture di garanzia della democrazia italiana.
Dal pulpito napoletano Grillo ha dichiarato testualmente:
- le elezioni sono illegali.
- chiedo scusa ai napoletani a nome dello stato.
- non voto perché tanto i programmi delle liste sono tutti uguali.
A scanso di equivoci dirò subito come la penso: Grillo è stato un buon comico ma quando fa comizi non fa altro che sparare da un microfono le banalità che si possono sentire in un qualsiasi bar ogni domenica mattina. Correrò il rischio di risultare pedante ma esporrò una critica puntuale alle affermazioni grillesche per giustificare la mia posizione.
Le elezioni sono illegali
E perché di grazia? Grillo dica qual è la legge che è stata violata e presenti un esposto alla magistratura.
Chiedo scusa ai napoletani a nome dello stato.
Sfiorerò l’impertinenza chiedendomi perché le popolazioni campane siano scese in piazza a prendersi le manganellate per evitare l’apertura di una discarica legale e non abbiano mosso un dito – salvo casi isolati che rischiano la pelle – contro le discariche abusive sparse un po’ ovunque.
Perché tra i nomi di chi dovrebbe chiedere scusa Grillo non ha citato quello del presidente della provincia di Napoli che, da esponente dei Verdi, si è opposto agli inceneritori e, da presidente provinciale, ha destinato solo 150.000 euro di bilancio, divisi per 91 comuni, alla promozione della raccolta differenziata (per puro termine di paragone alla promozione delle sagre locali sono stati destinati 7.500.000 di euro).
Non voto perché i programmi delle liste sono tutti uguali.
Ohibò! Anche quelli di Storace e della Sinistra Arcobaleno? mah…
Il successo di Grillo è inquadrabile nell’intercettazione della naturale diffidenza popolare verso la complessità e le contraddizioni della modernità lette come inefficienza (vedi pag. 44 del rapporto etnografico predisposto dalla SWG). Diffidenza che da due secoli viene vissuta con disagio spesso tramutata in avversione e nostalgia verso i bei tempi che furono.
Da qui partono un ventaglio di fenomeni:
- Invenzione del folklore e riscrittura di tradizioni agiografiche come testimonianza di un passato glorioso e felice;
- Qualunquismo: rifiuto della complessità delle interpretazioni a favore della facile semplificazione a portata di mano dell’uomo qualunque.
Qualche anno fa vidi uno spettacolo (allora si chiamavano così e non comizi) di Grillo: entrava in scena vestito con un saio alla Savonarola e distruggeva un computer poiché a suo dire era un oggetto inutile almeno quanto la rete internet. Noi spettatori tutti ad applaudire e a ridere poi, finito lo spettacolo, a casa a scaricare le email col modem a 56 kbps.
Dopo qualche anno cambiò idea e capì le potenzialità della rete ma non cambiò il suo modo di essere apodittico e apocalittico.
La popolarità di Grillo, amplificata dal nuovo mezzo, lo trasforma in pifferaio magico: la distruzione, iperbole comica dei suoi spettacoli, diventa ora proposta politica. L’effetto è perfettamente descritto dalla metafora finale del Caimano di Moretti in cui si distrugge a colpi di molotov il palazzo di Giustizia.
Quando il Palazzo (inteso non come contenitore ma come contenuto) verrà giù il domani sarà veramente felice?
