
Non tutti sanno chi è Deborah Serracchiani. Coordinatrice provinciale del PD in Friuli, balzata agli onori delle cronache politiche di qualche mese fa per un suo incisivo intervento ad una assemblea di partito, è stata successivamente candidata alle Europee nella circoscrizione Nord-Est dove ha raccolto più preferenze non solo del capolista Berlinguer (e ci voleva poco direte voi…) ma anche (nel solo Friuli) di Papi Berlusconi.
Ebbene da qualche tempo la Serracchiani paga la sua imperdonabile colpa: quella di essere presentabile, di godere di una certa freschezza e di scaldare i cuori degli elettori. Tre caratteristiche per cui certe mummie di partito venderebbero la propria anima al diavolo. Ne ha scritto ieri Pierfranco Pellizzetti sul Secolo XIX.
Forse Debora Serracchiani avrà sbagliato nel maneggio del politichese stretto, quando ha dichiarato la propria preferenza per Dario Franceschini perché«simpatico». Però, senza accorgersene, ha detto qualcosa di politicamente rilevante: a suo (ovviamente opinabile) giudizio l’attuale segretario nazionale del Partito democratico riesce a creare una corrente di umana sintonia con gli interlocutori, ben più dei tanti imperscrutabili e arroganti androidi che occupano le stanze alte del suo partito. Personaggi che, appena li senti parlare, ti provocano un raggelante “effetto freezer”.
La simpatia come elemento costitutivo della relazione democratica? Ebbene sì, in quanto fiducia e tendenziale immedesimazione nei confronti del tuo rappresentante. Riconoscimento in quello che fa e dice. E come lo dice e fa.
In effetti Franceschini era partito bene, perché – ragionando politicamente – le sue prime mosse esprimevano un disegno coerente: reggere il confronto anche verbale con Silvio Berlusconi senza complessi e cedimenti (se lui ti dice «cattocomunista», tu gli rispondi «clericofascista»); riposizionare elettoralmente la propria parte nella vasta schiera dei perdenti in questa crisi sociale ed economica, proponendo operazioni di redistribuzione dei redditi dal non trascurabile valore anche simbolico.
Poi è sembrato che l’inossidabile nomenklatura riprendesse il sopravvento ingabbiando il successore di Walter Veltroni, sterilizzandone l’impatto innovativo. Comunque un segnale della famosa discontinuità c’era stato, con qualche effetto positivo di parziale tenuta di un Pd segnalato in caduta libera.
Il regolamento finale avverrà nel prossimo annunciato congresso e staremo a vedere se le anime morte che hanno soffocato sul nascere il tentativo di costruire una grande formazione davvero nuova e originale sapranno portare a termine l’infanticidio. Intanto sono quegli stessi zombie della politica che si gettano sull’ingenua Serracchiani per farla a brandelli. Precettando le “seconde linee” della propria compagine al lavoro sporco: la ex gruppettara convertita al carrierismo subalterno Barbara Pollastrini inarca il ciglio pensoso; il giovanile presidente della Provincia di Roma, più noto per essere fratello dello Zingaretti-Montalbano che per le prove fornite sul fronte della rottura di schemi furbastri e conformisti (quanto funzionali all’ascesa personale), ironizza a vanvera su quanto Totò e Tina Pica siano ancora più simpatici. Per noi osservatori esterni, un’operazione davvero insopportabile, che dimostra come l’istinto di sopravvivenza del modo di fare politica in penombra e all’insegna dell’immortale precetto “non disturbate il manovratore” continui a imperare in tutta la sua protervia. Del resto autolesionista, visto che ormai il popolo genericamente di sinistra (o “ulivesco” o “progressista”, come preferite) non ne può davvero più di questi dirigenti inestirpabili e – alla prova – spaventosamente maldestri. Che hanno come unico, ossessionante, obiettivo quello di restare in sella.
È abbastanza difficile ritenere che la tenera Serracchiani e il suo leader di riferimento Franceschini, che alla prova della vita si è rivelato troppo facilmente condizionabile, siano in grado di avviare e condurre fino in fondo una lotta di liberazione dalla partitocrazia sopravvissuta a se stessa. Speriamo che almeno ci provino. Perché senza una pulizia davvero radicale delle stalle della politica che parta dal lato sinistro, ci terremo per l’eternità questa genìa che si riproduce attraverso cooptazioni e chiede ai propri neofiti la cieca fedeltà del credere-obbedire-combattere.
Poi ci parlano di istituzioni. Ma le istituzioni sono soltanto stanze popolate da uomini e donne in carne e ossa. Se queste donne e questi uomini esprimono un’idea così modesta e strumentale della democrazia, la stessa democrazia rimarrà sempre poca cosa. Non lascia troppo tranquilli scoprire che le sue sorti poggino sulle gracili spalle di due simpatici cattolici, certamente democratici ma anche un po’ troppo naif.
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